Medjugorje

Aggiornamento: 4 ore fa
Tra fede, preghiera e quella presenza misteriosa
che sembra abitare l'aria
Ci sono luoghi nei quali si ritorna dopo molti anni, convinti di ritrovare qualcosa che abbiamo lasciato. E invece ci accorgiamo che il tempo ha cambiato tutto. O quasi.

Sono tornata a Medjugorje dopo trent'anni.
Ricordavo un luogo diverso. E forse, come spesso accade quando torniamo nei posti che abbiamo conosciuto molto tempo prima, cercavo inconsapevolmente qualcosa che apparteneva anche alla persona che ero allora.
Medjugorje era cambiata. Le strade, gli edifici, il movimento continuo dei pellegrini. Tutto mi appariva più grande, più organizzato, più distante dall'immagine che conservavo nella memoria.
Eppure, mentre camminavo, avvertivo una sensazione strana.
Non saprei definirla nemmeno oggi.
Era come se ci fosse qualcosa nell'aria. Qualcosa che non si vede, che non si può fotografare e che difficilmente si riesce a raccontare.
Un luogo di fede e di incontro
Nel cuore dell'Erzegovina, Medjugorje è diventata negli ultimi decenni una delle mete di pellegrinaggio cattolico più conosciute al mondo.
Dal 1981, quando alcuni giovani del paese riferirono di aver visto la Vergine Maria, milioni di persone sono arrivate qui, spinte dalla fede, dalla speranza, dal desiderio di pregare o semplicemente dalla necessità di ritrovare un po' di pace.
La Chiesa cattolica consente e riconosce il valore spirituale dei pellegrinaggi a Medjugorje, pur senza aver dichiarato soprannaturali le presunte apparizioni.
Ma per comprendere ciò che questo luogo rappresenta per tante persone, forse bisogna osservare soprattutto chi lo attraversa.
Davanti alla chiesa di San Giacomo si incontrano pellegrini di ogni età e provenienza. C'è chi partecipa alla Messa, chi recita il Rosario, chi si ferma in silenzio.
Non tutti arrivano con le stesse domande. E non tutti cercano le stesse risposte.
Quando la preghiera diventa musica
E poi c'è la musica.

Le Messe accompagnate dai canti, le celebrazioni nelle quali le voci si uniscono, i meravigliosi concerti di canti mariani.
Voci straordinarie, arrivate da ogni parte del mondo, che riempiono l'aria e sembrano superare ogni barriera linguistica.
Ci sono momenti nei quali non occorre comprendere le parole per sentirsi parte di ciò che sta accadendo.
La musica diventa preghiera, la preghiera diventa un canto collettivo. E anche chi rimane semplicemente ad ascoltare finisce per sentirsi coinvolto.
Forse è anche questo uno dei modi in cui Medjugorje riesce a sorprenderti: attraverso qualcosa che non si può portare a casa, se non nella memoria.
Il cammino sulle pietre

Sul Podbrdo, conosciuto come Collina delle Apparizioni, il sentiero è fatto di pietre irregolari, consumate dal passaggio di migliaia di persone.
Si sale lentamente, cercando dove appoggiare i piedi.
Qualcuno prega ad alta voce, altri procedono in silenzio. I frati accompagnano i gruppi, le persone si aspettano, si aiutano, si fermano.
È un cammino concreto, a tratti faticoso.
Guardando quei pellegrini, pensavo a quanto possa essere personale il significato di un viaggio come questo.
Per alcuni è un gesto di devozione alla Madonna. Per altri è una promessa, una richiesta, un ringraziamento. Per qualcuno, forse, è semplicemente il bisogno di affidare a Dio ciò che nella vita quotidiana è diventato troppo difficile da portare da soli. E non serve conoscere le storie di tutti per comprendere che ognuno è arrivato fin lì con la propria.
Quando arriva la sera

Di Medjugorje ricordo anche le candele accese nella notte.
Piccole luci rosse, una accanto all'altra, davanti al Crocifisso. Persone raccolte in preghiera, altre ferme a osservare.
Di giorno il paese si muove continuamente. La sera, invece, ci sono momenti nei quali sembra che tutto rallenti.
Davanti a quelle candele ho pensato a quante intenzioni, speranze e preghiere possano essere affidate a una piccola fiamma.
È uno dei gesti più semplici della tradizione cattolica. Accendere una candela non cambia necessariamente ciò che ci aspetta fuori. Ma può essere un modo per fermarsi, raccogliersi e affidarsi.
Medjugorje trent'anni dopo
Sono tornata a Medjugorje e non ho ritrovato il paese che ricordavo.
Forse non avrei potuto.
Trent'anni cambiano i luoghi, ma cambiano anche noi. Cambia il nostro modo di osservare, di ascoltare, perfino di porci delle domande.
Eppure, in mezzo a tutto ciò che mi sembrava nuovo, continuavo ad avvertire quella sensazione.
Un non so che, difficile da spiegare.
Non ho bisogno di trovare una definizione precisa. Né di convincere qualcuno che debba provare la stessa cosa.
Medjugorje è un luogo profondamente legato alla fede cattolica, alla devozione mariana, alla preghiera e al pellegrinaggio. Ma è anche un luogo nel quale ogni persona vive un incontro diverso.
Io, trent'anni dopo, sono tornata con i miei ricordi e ne sono ripartita con una domanda in più.

Forse ci sono luoghi che non chiedono di essere compresi fino in fondo. Chiedono soltanto di essere attraversati, lasciando spazio anche a ciò che non sappiamo spiegare. Dei momenti in cui anche il cielo sembra invitarti a fermarti, alzare gli occhi e ascoltare.
Testo e fotografie: Tatjana Laban – Agobatrip



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